Franco Cardini, Antonio Musarra, Il grande racconto delle crociate, Bologna, il Mulino, 2019

In primo piano

«L’idea di crociata si è rivelata, nel tempo, estremamente duttile. I mutamenti cui essa è andata incontro sono stati variamente intesi: ora come «ampliamento» delle sue caratteristiche fondanti; ora come pura e semplice «deviazione» dai suoi intenti originari. Ciò non toglie che nell’Europa tardomedievale e protomoderna sia andata costruendosi una «cultura della crociata» passata dal diritto canonico alla letteratura, alla musica, alle arti, alla propaganda popolare, al sentire comune, alimentandosi di gesti, di riti, di tradizioni, capace di giungere sino alle polemiche illuministiche, al risveglio romantico e ai più recenti e più scopertamente strumentali revival politici, come quelli verificatisi durante le due guerre mondiali o nel corso della guerra civile spagnola del 1936-39. Un’idea-forza che fu soprattutto un fattore di aggregazione, perfino di unità o di definizione di una identità, e che però dobbiamo smettere di collegare in modo unilaterale alla Terrasanta e ai secoli XI-XIII».

Franco Cardini, Antonio Musarra

Processo a Colombo. Scoperta o sterminio?

Speravamo di non vedere più scene del genere. Invece, è quanto accade, oggi, nella “civilissima” America, decisa a cancellare ogni tributo all’illustre genovese. Certo, Colombo ha le sue colpe. Fu, senz’altro, uno schiavista. Non meno di molti suoi contemporanei. Le fonti ne hanno rivelato i metodi brutali. Tuttavia, su di lui v’è ancora molta confusione: uomo del medioevo, uomo del rinascimento, uomo di scienza, cattivo amministratore, assetato d’oro e di ricchezze, fervente crociato, brutale assassino. Può darsi che qualcuna di queste definizioni gli sia confacente, anche se il nostro non è certo uno che si lascia incasellare. Ma ch’egli si sia macchiato d’un vero genocidio significa, forse, travisare i fatti. Ciò non significa ch’egli non possa assurgere a simbolo della sete di conquista degli Europei. Ad altri queste valutazioni. A noi interessa soltanto mettere un po’ d’ordine.

Intervista di Umberto Maiorca per Festival del Medioevo

Navigatore, avventuriero, assassino e schiavista: chi era Colombo?

«Cristoforo Colombo non è, certo, un tipo che si lascia incasellare. Tutt’oggi non è possibile affermare l’esistenza d’un consenso unanime in merito alla sua poliedrica personalità. Numerosissimi particolari della sua biografia – il luogo e la data di nascita (ma, fidatevi: era genovese!), la professione: (sua e della famiglia), il credo religioso, la cultura, le aspirazioni, l’eredità – sono ancora dibattuti. Da qualche decina d’anni, a ogni modo, la sua figura è stata sottoposta a revisione. Da eroico scopritore delle Americhe si è passati a sottolinearne la brutalità, sino a ritenerlo il primo dei conquistadores. Siamo lontani dai tempi in cui lo si voleva innalzare agli onori degli altari. Per non parlare della disputa – sterile – tra coloro che vedevano in lui un uomo già in qualche maniera “moderno” e chi, invece, ne sottolineava con forza l’ancoraggio al Medioevo. Oggi, queste discussioni hanno lasciato il passo a ben altro. Ma su una cosa possiamo essere certi. Colombo non era che un uomo del proprio tempo. Un tempo denso di contraddizioni e proprio per questo affascinante».

Quali sono le accuse mosse al genovese? Quella di genocidio appare eccessiva!

«In effetti, l’accusa appare, oltre ch’eccessiva, del tutto gratuita. Le fonti – i documenti, le cronache, perfino le scritture contabili – ci dicono ch’egli aveva in animo di compiere un’impresa mai tentata prima se non, forse, dai genovesi Vivaldi, spintisi nel “mare Oceano” nel lontano 1291 con l’intenzione di raggiungere le Indie praticando una rotta occidentale (probabilmente, circumnavigando l’Africa; e qui troviamo già, «il buscar el Levante por el Poniente» del navigatore). Tuttavia, i documenti ci dicono anche ch’egli cercava l’oro e commerciava in schiavi (non diversamente da molti suoi contemporanei; indios compresi). Che comminò mutilazioni e condanne a morte (ma nei confronti dei coloni spagnoli, come mostrano gli atti del processo intentato nei suoi confronti nel 1500). Che si macchiò di vari crimini a danno dei nativi (generalmente, di quelli a lui ostili). Ma che non gli passò mai per la testa di sterminare sistematicamente la popolazione mesoamericana. Questo, semmai, sarebbe venuto dopo. Insomma: Colombo non era, certo, un santo. Forse avrebbe fatto la sua sporca figura come pendaglio da forca. Senza dubbio, non fu un genocida».

Un busto è stato decapitato, una statua è stata rimossa. Come nasce quest’idea di processare e condannare alla dannazione della memoria il navigatore genovese?

«La genesi di tutto ciò è relativamente recente. Qualche avvisaglia s’era avuta negli anni Cinquanta; ma è soprattutto a seguito della grande stagione di studi inaugurata in concomitanza col quinto centenario della “scoperta”, nel 1992, che il navigatore ha iniziato a essere spogliato – e, dico io, per fortuna – dei tratti eroici di cui era ammantato. Ma, forse, con un eccesso di revisionismo (per carità: operazione sacrosanta, quando non ideologicamente orientata). Si è voluto sostituire la “scoperta” alla “conquista”, ma troppo repentinamente. Facendo di tutta l’erba un fascio. Al di là dei molti meriti che nuova lettura anti-eroica, senza dubbio, possiede, l’errore è stato quello d’accomunare Colombo e i conquistadores, facendone il prototipo di quelle masnade più o meno incontrollate che, effettivamente, perpetrarono stragi e massacri. Tutto ciò ha favorito il formarsi d’una coscienza favorevole alla condanna del navigatore, sviluppatasi in molti modi: nella deturpazione delle statue, nel loro abbattimento, nell’abolizione del Columbus Day – la festa degli italiani; la festa del contributo italiano alla crescita della nazione americana – in quella che si configura, oggi, come una vera e propria damnatio memoriae».

“Processo a Colombo”: da quali presupposti parte e a quali conclusioni arriva?

«In Processo a Colombo ho tentato di comprendere il motivo – se si vuole, la genesi – di tale repentino mutamento d’opinione; non solo in sede storiografica, ma anche nella mentalità dell’americano medio. Mi sono chiesto, innanzitutto, il motivo per cui Colombo sia così centrale nella storia degli Stati Uniti, ch’egli, del resto, non toccò mai. Si tratta di un rapporto relativamente recente, che si sviluppa a partire dalla fine del Settecento, quando le colonie nord-americane, resesi indipendenti, avvertirono la necessità di dotarsi di simboli propri. Al pari dei coloni nord-americani, Colomba aveva abbandonato il Vecchio Mondo per abbracciare un’esperienza nuova. Per di più, aveva subìto dai poteri forti sotto i quali aveva militato – ovvero, dai reali di Spagna – autentiche ingiustizie. In questo senso, l’Ammiraglio poteva ben assurgere a simbolo dei nuovi Americani, vessati dalla monarchia inglese, sotto la quale, invece, militavano coloro che, effettivamente, avevano esplorato il Nord America: Giovanni Caboto e Henri Hudson (Juan Ponce de Léon, lo scopritore della Florida, era ritenuto un eroe in Spagna; Giovanni da Verrazzano, che aveva raggiunto la baia di New York, era, invece, uomo di Francesco I di Francia). Di qui alla condanna della sua persona il passo è grande. Cosa è successo? Cosa c’è di vero nelle accuse di schiavismo, di razzismo, di disprezzo per il genere umano che, con sempre maggiore insistenza, sono addebitate al navigatore? La risposta è che non interessa. Colombo è assurto a simbolo della violenza colonizzatrice dell’uomo bianco. Il disinteresse per la vicenda storica non fa che nascondere, però, tutta l’incapacità statunitense di fare i conti con il proprio, di passato. Non è Colombo che interessa. Chi abbatte le statue intende abbattere un sistema che ha creato enormi sperequazioni. Solo che sbaglia obiettivo. Non è un caso se alle proteste non abbiano sinora partecipato le minoranze autoctone».

Ha senso processare la storia e i personaggi del passato con criteri propri della società contemporanea?

«Le conclusioni cui giungo rispondono esattamente a questa domanda. E vi rispondono in maniera negativa. “Processare” la storia è sempre sbagliato. Anzi, può rivelarsi perfino pericoloso. Non è compito dello storico il giudicare. Semmai, lo è il cercare di comprendere. Processo a Colombo invita a riflettere su questo. Non lasciatevi ingannare dal titolo: non si tratta d’un “processo” al navigatore ma d’un’analisi dei motivi che sottostanno al bislacco tentativo di “processare” il nostro. Il “processo” è l’oggetto».

Umberto Maiorca

Il crepuscolo della crociata

«Dov’è Tripoli, dov’è Acri? Dove sono le chiese dei Cristiani ch’erano lì? Dove le reliquie dei santi, dove i religiosi e le religiose che lodavano il Signore come “astri del mattino”? Dov’è la moltitudine di popoli cristiani ch’era lì?»

Frate Riccoldo da Monte di Croce

La caduta di Acri, nel 1291, segnò la fine della presenza latina in Terrasanta. L’Occidente accolse attonito la notizia, vedendo spegnersi la speranza di riconquistare Gerusalemme. In questo libro ho tentato di ricostruire le conseguenze della tragedia acritana e le principali reazioni dei contemporanei sino al volgere del nuovo secolo, rinnovando una tradizione di studi tesa a sminuire il ruolo avuto da quegli eventi sulla concezione della crociata. La redazione di piani strategici per combattere i Mamelucchi, le accuse rivolte alle città marinare e agli Ordini militari, la circolazione di profezie relative agli Ultimi Tempi, la diffusione di false notizie (come quella della liberazione dei Luoghi Santi da parte dei Mongoli), la difesa di Cipro e del regno armeno di Cilicia, l’indizione del primo Giubileo della storia, l’affacciarsi del problema turco. Nel decennio successivo alla caduta, la crociata pare giunta al crepuscolo. Ma la sua non sarà una morte definitiva.

The Crusade’s Twilight

The West and the Loss of the Holy Land

“Where is Tripoli? Where is Acre? Where are the churches of the Christians who used to be there? Where are the saints’ relics, the devout men and women praising the Lord as ‘morning stars’? Where is the multitude of Christian peoples that were there?”- Friar Riccoldo da Montecroce. Acre, an opulent Crusade capital, fell in 1291, thus marking the end of the Latin presence in the Holy Land. The West was shocked by the news, which extinguished any hope of re-conquering Jerusalem. The book describes the consequences of the Acre tragedy and the main reactions to it, up to the end of the century, including: the drawing up of strategic plans for fighting the Mamluks, the accusations levelled against maritime cities and military orders, the spread of prophecies regarding the end times, the spread of fake news (such as the liberation of the Holy Land by the Mongols), the defence of Cyprus and the Armenian Kingdom of Cilicia, the convening of history’s first Jubilee, the rise of the Turkish threat. The Crusades appeared to have entered their twilight era… but it was not yet a definitive nightfall.

Indice / Bibliografia