La scrittura per il “pubblico”

La scrittura per il “pubblico”, in Il medievista com Public Historian, a cura di Enrica Salvatori (Pisa, 21 marzo 2019), Seminario di Public History (in collaborazione con l’AIPH e la Domus Mazziniana), Seminario “Ragionamenti sull’Europa Mediterranea” 

Prima d’iniziare, vorrei brevemente soffermarmi sul titolo di questo intervento e, dunque, sulla polisemia del termine “pubblico”. Un termine discusso in seno alla stessa Public History. Senz’altro, il contesto di questo incontro induce a individuare quale “pubblico”, innanzitutto, quell’insieme più o meno vasto e, quantomeno inizialmente, amorfo di persone costituito principalmente dai fruitori di storia in generale: accademici, studenti, docenti, persone di cultura, appassionati. In realtà, il termine “pubblico” conosce un’accezione più ampia. Da tempo – almeno dagli anni Ottanta; e, in particolar modo dagli studi di JürgenHabermas – è invalso l’uso di parlare di “uso pubblico della storia” e perfino di “uso politico della storia”. Ebbene: il solo fatto che se ne parli mostra come la storia conosca indubitabilmente una dimensione “pubblica”. Allo stesso modo, lo storico possiede un ruolo “pubblico” nella misura in cui riesca a incidere sulla società, o, quantomeno, l’oggetto delle sue ricerche sia avvertito dalla società come rilevante; e poiché egli ne è parte integrante, si può dire che il suo lavoro – escludendo determinismi di sorta – risponda almeno in parte al bisogno di storia della società stessa. Quello dello storico, dunque, è – deve essere – uno sguardo dialogante, capace di dare profondità a un oggi spesso troppo appiattito su sé stesso. In questo senso, il suo è, anche e soprattutto, un ruolo eminentemente sociale. Un ruolo – si badi – al quale faremmo male a rinunciare, pena il declassamento delle discipline storiche – permettetemi questa espressione – “tra le scienze ausiliarie dell’intrattenimento”. Intendiamoci: per molti dei suoi fruitori, la storia, oggi, non è che puro entertainement: evasione, capacità di sogno, ricerca di luoghi lontani. E, in parte, ciò è vero anche per molti storici – a partire dal sottoscritto –, che provano un intrinseco piacere nel dialogare col passato. Ma non possiamo limitarci a questo. Non possiamo, come storici, ignorare quanto la conoscenza del passato possa incidere sulla società. Ora, io sono tra coloro che credono che la storia non è «magistra di niente che ci riguardi», giacché «non si snoda come una catena di anelli ininterrotta […], non contiene il prima e il dopo […], non si fa strada, si ostina […] e la sua direzione non è nell’orario». Ma ciò non significa abdicare alla sua conoscenza. Se vogliamo ch’essa abbia diritto di cittadinanza nella nostra società bisogna che le si ritagli – o, meglio: le si restituisca – un ruolo pubblico e che gli storici s’impegnino a rispondere alla domanda di storia della società – in fondo, è questo uno degli obiettivi della Public History – comunicando con il pubblico e, dunque, anche scrivendo per il pubblico.

Certo, la scrittura è solo uno dei mezzi che lo storico ha a disposizione per dare la sensazione – innanzitutto, a sé stesso – d’aver accorciato quell’immane distanza che lo separa dalle proprie fonti, anche se, forse, si tratta del suo mezzo principale, abituale, meno estemporaneo. Una conferenza, un ciclo di lezioni, un documentario hanno, senz’altro, la capacità di colpire l’immaginario, rivelandosi modi eccellenti per dialogare con il pubblico. Ma la rivista, il giornale, il libro sono come il museo: durano nel tempo. La scrittura, dunque, è una delle principali attività dello storico. Eppure, di quale tipo di scrittura stiamo parlando? Penso sia esperienza di tutti: la scrittura accademica, destinata all’Università – o, meglio, a quei pochi colleghi che si occupano di quel medesimo argomento o che sono chiamati a giudicare il tuo lavoro – conosce regole precise e puntuali. È – deve essere – una scrittura problematica, volta alla complessità, che non è altro che la vera cifra della storia; una scrittura che presuppone, dunque, decine – talvolta, centinaia – di letture previe, senza le quali si rischia di cadere nella cosiddetta “tentazione descrittiva”, figlia di quel positivismo scientifico che, malgrado tutto – malgrado, dunque, le grandi stagioni storiografiche che hanno tentato d’apportarvi un correttivo – permea ancora molti discepoli di Clio. Parlo di “tentazione” perché non sempre la monografia accademica risulta sufficientemente problematica (e su questo sono il primo a fare autocritica, ma è qualcosa che si capisce col tempo); sovente, la prassi archivistica spinge il giovane studioso a una mera descrizione di ciò che gli è saltato tra le mani, e che, lì per lì, gli risulta eccezionale (e molto spesso lo è). Ma la storia è un’altra cosa. Fare storia significa porre al centrodel proprio ragionamento un problema storiografico; un problema che si vuole approcciare attraverso le fonti. È il problema il miglior compagno dello storico; ciò con cui lo storico si confronta quotidianamente. Senza il problema, lo studio del passato diventa, nella migliore delle ipotesi, un mero esercizio d’erudizione, la ricostruzione d’una sequenza di fatti, tutt’al più un accumulo di trascrizioni.

Ora, questo modo d’intendere la storia – affatto scontato; soprattutto in Italia, dove la traduzione erudita è ancora viva e vegeta – reca con sé un corollario importante: ogni storico possiede domande specialissime, formula problemi peculiari, cui risponde in maniera personale, sì che la storia ch’egli scrive sarà sempre diversa da quella d’ogni altro. La soggettività dello storico – quella soggettività di cui parlava Henri-IrénéeMarrou – non è eliminabile. Lo storico non è separabile dall’uomo, così come «l’histoire est inséparable de l’historien». Questi è, a tutti gli effetti, un comprimario della vicenda che racconta. Ebbene: a mio avviso, è proprio tale protagonismo, tale soggettività  che non significa, certo, abdicare al lavoro d’équipe, sempre benemerito  a giustificare sia la monografia accademica, sia un altro tipo di monografia, destinata a un pubblico più ampio: la cosiddetta “monografia divulgativa” (chiamiamola così, con termine inadatto: “disseminativa”, però, sarebbe peggio). Questo, perché, se il destinatario muta, i problemi con cui lo storico si confronta e le soluzioni prospettate non mutano affatto. Ovvero: lo scopo, l’obiettivo non cambia. Sia in sede accademica, sia in sede divulgativa, lo storico utilizza la propria soggettività per rispondere a domande peculiari: enumera le fonti, le vaglia, le interpreta, le confronta; analizza la produzione altrui, la confuta, l’accoglie; esprime, infine, il proprio punto di vista. Che cosa cambia, dunque? Molto semplicemente: il modo con cui il problema è presentato. Le regole della “monografia divulgativa” sono relativamente poche: 1) l’utilizzo di un linguaggio piano e – perché no – coinvolgente, capace di stimolare interesse; 2) l’eliminazione del dibattito previo relativo al problema affrontato, ovvero – per dirla meglio – l’espressione di un sapere certificato. Alla stragrande maggioranza dei lettori non interessa conoscere il percorso compiuto dall’autore per giungere alla tale affermazione – non interessa perché nella vita fanno altro, naturalmente: interessa seguire il filo logico del ragionamento così da  venire a conoscenza della personale, personalissima visione dello storico, con cui s’instaura – talvolta, ancora prima di leggere il libro; dunque, per motivi ch’esulano dall’effettiva brillantezza dell’opera – un rapporto di fiducia. Al contrario, i passaggi intermedi, espressione della complessità, non possono mancare nella monografia accademica, costituendone lo specifico o, meglio, l’ossatura. Naturalmente, non mancano le eccezioni: in un contesto divulgativo, nulla vieta allo storico di rendere partecipe il lettore dell’esistenza d’un dibattito in merito a determinati temi. Ma una cosa è discutere criticamente ciascuna posizione, un’altra è limitarsi a presentare i termini del problema. Due, a ogni modo, sono gli elementi che accomunano l’uno e l’altro modo di procedere: 1) in entrambi i casi, la soluzione prospettata è quella peculiare dello storico: si tratta, dunque, d’una soluzione autoritativa, la cui dimostrazione completa è offerta, però, soltanto all’ambito accademico; 2) in entrambi i casi, allo storico è accordata una fiducia direttamente proporzionale alla propria capacità di presentare, in maniera semplice o analitica, a seconda del contesto, il problema che sta al fondo della propria ricerca. 

Detto questo, potremmo dire d’aver trovato, finalmente, una via per pacificare le due anime della scrittura storica, a lungo in conflitto tra loro. E, anzi, per riavvicinare l’accademia alla divulgazione in genere. Naturalmente, le cose sono più complesse. Benché l’Università preveda quale valore aggiunto la cosiddetta Terza Missione – ovvero l’apertura verso il contesto socio-economico e culturale, esercitata mediante la valorizzazione e il trasferimento delle conoscenze –, non pare che a tale impegno sia accordata particolare rilevanza. Senza dubbio, non l’ha in sede concorsuale, laddove la “monografia divulgativa” – ch’è, però, solamente una delle modalità della Terza Missione – non è contemplata, giacché la premura è per la verifica delle capacità di ricerca del candidato. Il fatto che sappia comunicare o meno quanto ha in studio al mondo esterno, per il momento, non interessa. In realtà, dietro tale atteggiamento si staglia un retro-pensiero duro a morire: buona parte dell’Accademia seguita a collegare la divulgazione, più che a un’esposizione semplificata della complessità, a una mera attività di compilazione. Secondo la vulgata, in ciò starebbe, anzi, il discrimine tra l’alta e la bassa divulgazione; la prima, appannaggio di pochi accademici, spesso malvisti dai propri stessi colleghi. Non è così: a mio avviso, non esiste altabassa divulgazione; esiste solo e soltanto buonacattiva divulgazione. Buona: nel momento in cui lo storico si sforza di presentare il problema che lo assilla in maniera piana e godibile, fornendo al lettore gli strumenti per penetrare la complessità; cattiva: quando al centro del suo lavoro non v’è problema alcuno; buona: quando lo storico, più che alla memoria, tende alla storia, ovvero alla contestualizzazione del passato, magari sfruttando la memoria come fonte (con tutti i rischi del caso); cattiva: quando esalta, invece, la memoria  a metro normativo, eliminando ogni variabile possibile. La qualità d’una monografia si misura, dunque, in relazione all’originalità della problematica, alla capacità di penetrare la complessità, alla profondità d’analisi: al di là metodologia adottata per dialogare con il “pubblico”. Insomma, siamo di fronte a un problema di moralità, nel senso etimologico del termine. La responsabilità e la professionalità dello storico prescindondo dall’ambito accademico o divulgativo. Allo storico è chiesto di approcciarsi al “pubblico” – nella sua accezione più ampia – con autorevolezza; con quell’autorevolezza che gli deriva dal fatto d’aver condotto con metodo passione – termini da intendere nuovamente nel loro significato etimologico – le proprie ricerche. Egli è chiamato a mantenere un atteggiamento equo e sereno dinanzi al suo oggetto di studio, senza nascondere a sé stesso la propria imparzialità. Per questo motivo non credo sia possibile – o, quantomeno, credo sia assai difficile – compiere quel passo ulteriore auspicato dalla Public History: la scrittura con il pubblico. E, questo, proprio a causa di quella soggettività – e, dunque, di quell’autorevolezza, che lo storico è chiamato a guadagnarsi –, che non possiamo, non dobbiamo e, in fin dei conti, non vogliamo eliminare, pena la scomparsa o il sottodimensionamento d’una disciplina che già di per sé fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico attuale.  

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