Francesco e il sultano

Nell’estate del 1219, Francesco salpò dal porto di Ancona per raggiungere i crociati, impegnati nell’assedio di Damietta. In un momento imprecisato compreso tra il 29 agosto, data d’un aspro scontro tra le parti, e il 5 novembre, quando la città cadrà in mani latine, l’assisiate penetro’ nel campo nemico, presentandosi dinnanzi al sultano. Quali, le sue intenzioni? Quale, il suo atteggiamento nei confronti della crociata? La questione ha visto gli storici divisi tra chi ne ha sottolineato l’irenismo, tradottosi in una predicazione di pace volta a convertire il proprio interlocutore, e chi, invece, pur accogliendo quest’ultimo aspetto – una costante, nel pensiero del nostro -, ha sostenuto l’impossibilità ch’egli disapprovasse una spedizione bandita dal papa. In realtà, tra le due posizioni non sussistono divisioni nette. L’azione di Francesco s’inquadra pienamente nell’alveo della crociata, ancorché secondo modalità peculiari; senza dubbio, non costituendone una negazione esplicita e palese. Intendiamoci: non vi sono dubbi sul fatto che il nostro aborrisse la violenza; tuttavia, la crociata – o, meglio, il «negotium fidei», giacché il termine era lungi dall’affermarsi – non era, allora, solo e soltanto guerra. La sua elaborazione canonistica era ancora in corso, e nel novero di coloro che prendevano parte a queste spedizioni – lo dimostrano i coevi movimenti popolari, taluni tesi a liberare Gerusalemme senz’armi – erano vive le istanze più diverse. Come operare, dunque, il “superamento” di qualcosa di non ancora formalizzato? Certo, è possibile che l’esperienza damiatina – e, forse, siriana – convincesse il nostro dell’inutilità, e, perfino, della dannosità di spedizioni di tal fatta. Tanto più che non era, certo, la conquista della Gerusalemme terrena a salvare ma la fede umile in Cristo crocifisso. Tale atteggiamento traspare dall’episodio del presepe di Greccio, databile al 1223, anticipato dalla richiesta, occorsa nel 1216 – sempre che sia avvenuta realmente, giacché nessuna bolla papale coeva testimonia il fatto –, di legare un’indulgenza plenaria alla Porziuncola; elementi che s’inseriscono nel più generale moto di traslazione in Occidente della sacralità dei Luoghi Santi e che si spiegano con la volontà d’offrire a tutti, anche a coloro che non potevano sobbarcarsi i rischi del viaggio, d’ottenerne i relativi vantaggi spirituali.
Stando così le cose è ben possibile che Francesco avesse assunto il segno della croce «super vestem», anche se di ciò non v’è traccia nelle fonti. Del resto, l’essere «crucesignati» era, innanzitutto, una condizione penitenziale. Significava – ce lo dice Innocenzo III in alcuni sermoni – aderire all’immagine del Cristo crocifisso. Insomma: il crociato era innanzitutto un pellegrino. Di una cosa, a ogni modo, si può essere certi: il futuro santo prestava obbedienza al papa, che quella spedizione aveva voluto, e che, dunque, non era il caso di sconfessare. Forse ch’egli cercasse il martirio? È possibile, benché ciò contraddica – ma solo in parte – alcuni passi della “Regula non bullata”, redatta nel 1221 – posteriore, cioè, all’esperienza orientale –, in cui i frati sono invitati alla prudenza: «I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio» (“Regula non bullata”, XVI, 43). Tali indicazioni trovano giustificazione, forse, nel martirio di cinque frati occorso in Marocco il 16 gennaio del 1220. La “Chronica” di Giordano da Giano, redatta una quarantina d’anni dopo, ricorda, infatti, di come, informato dell’accaduto mediante una memoria scritta, Francesco interrompesse la lettura affermando: «Ciascuno si glori della propria, non dell’altrui passione». Ciò non significa, a ogni modo, che il martirio non fosse contemplato, anche se non ricercato, concordemente alla prassi della Chiesa. Sempre nella “Regula” si legge, infatti: «Sono, dunque, nostri amici tutti coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e angustie, ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte, e li dobbiamo amare molto poiché, a motivo di ciò che essi ci infliggono, abbiamo la vita eterna» (“Regula non bollata”, XXII, 56).
Quale, dunque, il significato della presenza di Francesco nel campo saraceno? La testimonianza più antica, riportata in due delle tre versioni esistenti d’una lettera di Jacques de Vitry, inviata da Damietta il 6 febbraio (o marzo) del 1220 a degli amici fiamminghi, si limita ad affermare: «Quando è venuto nel nostro esercito il maestro e fondatore di quest’ordine, ardente dello zelo della fede, non ha temuto di attraversare l’esercito dei nemici, e dopo aver predicato per alcuni giorni la parola ai Saraceni, non ottenne gran che». Aggiungendo: «Il sultano, re dell’Egitto, gli chiese, però, in segreto, di implorare il Signore secondo le sue intenzioni perché, sotto ispirazione divina, egli potesse aderire alla religione che più piacesse a Dio». Il presule non è nuovo a esagerazioni di questo genere, che costellano in particolar modo le sue lettere. A ogni modo, che Francesco cogliesse l’occasione per confrontarsi col sultano, ospitato, com’era prassi per le discussioni con membri di altre confessioni, presso il «majlis» – la grande tenda adibita alle assemblee – di al-Malik, pare indubbio. Lo stesso de Virtry scriverà, nella sua “Historia Occidentalis” – redatta verosimilmente tra il 1223 e il 1225-1226 (per altri, invece, almeno in parte prima del 1221) – che «i Saraceni ascoltavano volentieri i frati minori quando predicavano la fede in Gesù Cristo e l’insegnamento del Vangelo». L’episodio è narrato, altresì, da alcune fonti di provenienza oltremarina. È il caso dell’anonima cronaca detta “di Ernoul” – una delle molte continuazione della traduzione francese dell’opera di Guglielmo di Tiro –, redatta tra il 1227 e il 1229 da un sostenitore di Giovanni di Brienne e, perciò, ostile alle scelte del cardinale Pelagio – ritenuto il principale responsabile della disfatta finale –, che narra di come il sultano avesse ascoltato di buon grado la predicazione dei «due chierici che erano nell’esercito a Damietta»; un testo ulteriori, appartenente alla medesima famiglia, sottolinea, invece, come il nostro, visto «il male e il peccato che cominciava a crescere fra gli uomini dell’esercito, si scoraggiò, e quindi se ne partì e si fermò per un po’ in Siria, e poi se ne tornò al suo paese». L’unica fonte araba a menzionare l’episodio – ancorché in maniera non esplicita – è, invece, l’elogio funebre redatto in onore di Fakhr al-Dīn al Fārisī, consigliere religioso di al-Kāmil, riportato da una cronaca quattrocentesca, in cui si menziona la visita al sultano di un «rāhib», un monaco cristiano: «Celebre la sua avventura con al-Malik al-Kāmil e quanto gli capitò a causa di un monaco; tutto è assai conosciuto».
Le fonti di provenienza minoritica perseguono percorsi peculiari. Nella “Vita beati Francisci”, del 1228-1229, Tommaso da Celano sottolinea la sete di martirio («sacri martyrii desiderio») dell’ormai santo di Assisi. Un tema, questo, che avrà grande fortuna, come mostra la ripresa dantesca: «per la sete del martiro/ nella presenza del Soldan superba/ predicò Cristo e l’altri che ’l seguiro» (“Paradiso”, XI, 100-102). È sempre Tommaso a narrare, inoltre, nel “Memoriale in desiderio animae”, risalente al 1247, di come Francesco, giunto presso il campo cristiano, scongiurasse i crociati di non attaccare i Saraceni, pena la disfatta; ciò che in effetti ebbe luogo poco dopo: «Un giorno avuta notizia che i nostri si disponevano a battaglia, si addolorò fortemente e rivolto al compagno disse: “Il Signore mi ha mostrato che, se avverrà oggi lo scontro, andrà male per i cristiani. Ma se dico questo, sarò creduto pazzo; se taccio, mi rimorde la coscienza. Cosa ne pensi?”. “Padre – rispose il compagno –, non dare importanza al giudizio degli uomini; del resto non sarebbe la prima volta oggi che sei giudicato pazzo. Libera la tua coscienza e abbi timore di Dio piuttosto che degli uomini”». Non sappiamo se tale episodio – leggibile nel senso d’un rifiuto dell’uso delle armi da parte del santo, benché l’autore si limiti a sottolinearne gli aspetti profetici (vista l’impossibilità di presentare in negativo la spedizione papale) – possa riferirsi alla sanguinosa sconfitta subita dai crociati il 29 agosto del 1219. In tal caso, la visita al sultano potrebbe rientrare nell’ambito d’un accomodamento, finalizzato alla stipula d’una tregua, cui il sultano risponderà, però, attaccando i crociati, il 26 settembre. Soltanto a fine ottobre, questi rilascerà due prigionieri con l’incarico di recare ai latini una proposta di pace che prevedeva, oltre alla cessione di Gerusalemme, la restituzione della Vera Croce. Proposta dettata dalla contingenza, vista l’insicurezza interna al sultanato, che avrebbe costretto il nostro – pare – a rifugiarsi per breve tempo in Yemen.
Gli autori posteriori non faranno che rielaborare la vicenda, sommandole qualche particolare. Il poema di Enrico d’Avranches, ispirandosi a Tommaso, trasformerà l’episodio in una disputa teologica. Gli autori della “Legenda trium sociorum”, risalente al 1244, insisteranno sulla predicazione, ricordando come, dopo la visita al sultano, Francesco facesse ritorno in Italia con una malattia agli occhi. Sarà Bonaventura di Bagnoregio, negli anni Sessanta, ad arricchire il quadro inserendo nella sua “Legenda maior” l’improbabile racconto dell’ordalia del fuoco, che influenzerà buona parte dell’iconografia relativa all’episodio, a partire da Giotto. Con inusitato realismo, al principio del Trecento, Angelo Clareno si soffermerà, invece, sugli aspetti negativi dell’assenza di Francesco dalla penisola, nel corso della quale la “Regola” sarebbe stata stravolta. Poco dopo, l’autore dei “Fioretti” narrerà della conversione del sultano e di come il letto di brace apprestato per l’ordalia si fosse tramutato in talamo, su cui Francesco avrebbe invitato una prostituta. L’episodio era, ormai, parte della leggenda.

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