Pubblicato su www.francocardini.it, 19 novembre 2018

PROBA ME, DOMINE, ET TENTA ME!

Mi permetto qualche parola, ben poco autorevole, sulla questione che sta attanagliando, da giorni, la cattolicità italiota: la traduzione del Padre Nostro. Non che abbia titoli per farlo – a eccezione d’una cinquantina d’esami di Teologia, tutti ben superati –; ma è che a volte le soluzioni più semplici sono sotto il naso, eppure ti chiedi come mai non vengano fuori. State a sentire.

Indubbiamente, e filologicamente parlando, la traduzione mutuata dalla vulgata – dunque, la traduzione di San Girolamo: «Ne nos inducas in tentationem» – è corretta. Non indurci, non “portarci verso” la tentazione: «καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν» (Mt 6,13). La vulgata, anzi, è letterale; che dico, letteralissima, mantenendo perfino il doppio εἰσ- del verbo e della preposizione: “in”. La nuova traduzione CEI – «non abbandonarci alla tentazione» – ha fatto gridare allo scandalo. Il mutamento è giustificato dalla possibilità che il fedele possa ritenere Dio l’origine della tentazione. L’ottica, dunque, è prettamente pastorale. Stupisce, tuttavia, che nessuno abbia notato il pericolo d’un nuovo “inghippo” teologico: davvero Dio può “abbandonare” il fedele alla tentazione? La soluzione scelta è palesemente infelice, ahimè, benché le intenzioni siano pastoralmente – mistagogicamente, catecumenalmente, omileticamente, vedete voi – ottime. Vorrei provare, dunque, a ragionare sull’opportunità d’una scelta del genere.

Il problema non è di facile soluzione. Esso consiste, innanzitutto, nel comprendere in che modo le due versioni dei “Pater”, giunteci in greco, abbiano reso l’aramaico di Gesù; vi sono, infatti, leggere differenze tra Mt 6,13 e Lc 11, 2-4, derivanti verosimilmente dalla stessa fonte (la versione lucana, assai più breve, è ritenuta più vicina all’originale; quella matteana conserva, tuttavia, un maggiore tratto semitico). In secondo luogo, si tratta di capire quale significato fosse attribuito al passo dal suo autore – e qui si apre un gigantesco problema, relativo, storicamente, alla conservazione delle parole di Gesù; teologicamente, all’ispirazione delle Scritture –; quindi, dalla comunità destinataria dell’opera. In Matteo, il passo è inserito nel quadro del discorso della Montagna e della critica alla preghiera intesa soltanto come gesto esteriore. In Luca, il “Pater” è insegnato a seguito d’una richiesta esplicita da parte d’un discepolo nell’ambito del viaggio a Gerusalemme. Ora, in altri brani di Matteo, la “tentazione” (πειρασμόν) è associata a un evento specifico: l’apostasia, l’abbandono della fede. Lo stesso concetto è espresso da Gesù nel Getzemani: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione» (Mt 26, 41): «γρηγορεῖτε καὶ προσεύχεσθε, ἵνα μὴ εἰσέλθητε εἰς πειρασμόν» (ciascuno ricorda com’è andata a finire: «tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono» [Mt 26, 56]: «τότε οἱ μαθηταὶ πάντες ἀφέντες αὐτὸν ἔφυγον»). L’ipotesi che il «ne non inducas in tentationem» si risolva in un ammonimento concreto, storicamente circostanziato, rivolto, dunque, alla possibilità d’un abbandono da parte dei discepoli, è interessante. Senonché, la lettera di Giacomo amplia di molto la prospettiva: «Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte (Gc 1, 13-15)». Ebbene: se teniamo conto che il “Pater” è una preghiera perfettamente ebraica – è stato appurato come in essa risuoni il Kaddish –; capace, cioè, di mostrarci tutta l’ebraicità di Gesù (e non è un caso se Paolo, teso verso la missione ai gentili, non la citi mai, a meno di non leggervi un riferimento in 1Cor 10,13, proprio in relazione alla “tentazione”), si può ritenere il contesto della prima chiesa di Gerusalemme come quello migliore per interpretarne correttamente il senso. Tuttavia, va detto che la lettera di Giacomo è scritta direttamente in greco – nonostante qualche semitismo –, e che fu accolta tardi nel canone. Prescindendo dai molti problemi relativi alla sua redazione e alla sua collocazione nel tempo possiamo dire ch’essa mostri, comunque, quale potesse essere l’interpretazione di parte della primitiva comunità cristiana; o, quantomeno, di coloro che si riconoscevano nell’insegnamento iacopeo. Tanto più che tale interpretazione collima, in parte, con quella paolina: «Nessuna tentazione vi ha colti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare» (1Cor 10,13).

Ora, nel ribadire l’assoluta liceità della Chiesa di ritenersi erede di tale tradizione è necessario ribadire parimenti la liceità di fornire un’interpretazione del «ne non inducas in tentationem» che non se ne discosti. Sentiamo Agostino: «Quando dunque diciamo “non ci indurre in tentazione” siamo avvisati di chiedere che non veniamo privati del suo aiuto e acconsentiamo ingannati a qualche tentazione o cediamo» (Lettera a Proba). Sentiamo Tommaso: «Forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: “non ci indurre in tentazione”? Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, sottrae all’uomo – a causa dei suoi molti peccati precedenti – la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato» (Commento al Pater). La traduzione della sesta petizione del “Pater” proposta dalla CEI – «non abbandonarci alla tentazione» – parrebbe volta, dunque, a esplicitare apertamente, anche a costo di abbandonare la trasposizione letterale e d’incorrere nell’ulteriore problema teologico segnalato (per quale motivo Dio dovrebbe “abbandonare” i suoi figli alla tentazione?), l’interpretazione tradizionale del passo. Sarebbe stato meglio adottare, forse, volendo andare fino in fondo, «non lasciarci cadere nella tentazione», benché nella proposta CEI possa pur sempre leggersi il «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» di Mc 15, 34 – «Ὁ θεός μου ὁ θεός μου, εἰς τί ἐγκατέλιπές με» – e, dunque, l’incipit del Salmo 22. Ma il verbo, al solito, è diverso.

Si badi: penso che la nuova traduzione sia perfettamente lecita, trattandosi d’una interpretazione basata sul complesso delle Scritture. Tanto più se si tiene conto del contesto di redazione dei brani evangelici, già di per sé tesi a fornire un’interpretazione dell’episodio, collocato in contesti diversi. In fondo, le domande del “Pater” sono tutte domande “retoriche”: se Gesù dice di non preoccuparci per ciò che mangeremo, perché poi ci dice di chiedere il pane? E via dicendo. A mio modesto avviso, tuttavia, i vescovi – dei quali rispetto in assoluto le scelte – avrebbero potuto percorrere un’altra strada, parimenti rispettosa della Tradizione, ma forse più vicina al senso originale; capace, cioè, di tenere in maggiore conto l’ebraicità di Gesù e, dunque, di guardare al concetto di “tentazione” riscontrabile nell’Antico Testamento. Rappresentato da episodi celebri quali quelli di Abramo e Isacco o dall’intero libro di Giobbe, così come da molti altri. Episodi in cui Dio, più che “tentare”, “mette alla prova” o lascia che Satan metta alla prova (è, questo, il caso di Giobbe). Non dico di tornare al Carmignac e al suo tentativo di traduzione “a ritroso” dei vangeli per ricostruire l’originale; peraltro, non avrei le competenze per procedere in tale maniera da me medesimo e verificarne gli assunti. A ogni modo – per quanto possa valere –, mi pare che i vescovi e i biblisti implicati nella nuova traduzione avrebbero potuto evitare la bagarre in corso qualora si fossero concentrati, più che sul verbo – εἰσενέγκῃς –, sul sostantivo – πειρασμόν. È vero che tale sostantivo è usato da Matteo sia nel “Pater”, sia in 26,41 («γρηγορεῖτε καὶ προσεύχεσθε, ἵνα μὴ εἰσέλθητε εἰς πειρασμόν»), ma i verbi che lo introducono (εἰσφέρω, “portare dentro”, “introdurre”, ed εἰσέρχομαι, “entrare”) sono diversi: segno che Matteo intendeva due cose differenti. È il contesto che conta, dunque. E il centro, il problema non è tanto il verbo; ma il modo d’intendere il sostantivo introdotto da due verbi diversi.

Tradurre – diceva un tale – è «dire quasi la stessa cosa», con tutto ciò che questo comporta. Significa – per semplificare – rapportare all’oggi un pensiero lontano, interpretarne le categorie e renderle intelligibili. La mentalità odierna identifica la “tentazione” con qualcosa di negativo, dai risvolti demoniaci. Ebbene: ciascuno potrà notare come tutto cambi se, in maniera filologicamente corretta, più che tentare di cogliere sfumature – magari anche accertate in letteratura, benché sporadiche – nei verbi, si fosse tradotto πειρασμόν con un semplice “prova”. πειρασμόν è tradotto in questo senso in diversi passi: Sir 6,7; 27,5.7 e 1Pt 4,12, oltre che in Pastore di Erma 39,7, composto nella prima metà del II secolo.

«Non indurci alla prova», dunque; «non mettere alla prova la nostra fede (o se proprio devi farlo – come con Abramo, come con Giobbe – sostienici»; insomma: «sostienici nell’ora della prova, che certamente arriverà». Dio ci mette continuamente alla prova: «Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, il quale fu provato e divenne amico di Dio» (Gdt 8,26-27). Maria stessa non è stata messa alla prova, alla prova della croce (Lc 1,32-33)? E come la mettiamo con la fede di Pietro, la “roccia” (Mt 26,69-75)? Gesù stesso ha attraversato una “prova”, non solo nel Getzemani. L’intera storia della mistica cristiana tiene la “prova” in massima considerazione.

La “prova” – la prova di Abramo, la prova di Giobbe, la nostra prova quotidiana – reca in sé un valore positivo. A differenza della tentazione. Conserva, cioè, un senso di purificazione. Possiede perfino qualche risvolto eroico. E, vai a vedere, magari anche un significato molto affine a quello autentico, originale del “Pater”.

Antonio Musarra

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