L’imponderabile nella storia

Le crisi – lo sappiamo –, di qualunque natura siano, costringono a fermarsi a riflettere. Quella che stiamo vivendo non è da meno. Da giorni – lo dico da cattolico incostante, da credente tormentato e da cultore di cose teologiche, oltre che storiche – vado interrogandomi sul ruolo di Dio nelle vicende umane, sui suoi vasti e incommensurabili silenzi, tentando di trovare risposta all’archetipo d’ogni domanda: la ricerca d’un senso. Se fossi vissuto ottocento anni fa avrei esordito, forse, ripescando un vecchio adagio: «nostris peccatis exigentibus», ma qualche secolo di Cristianesimo in più ha mostrato come il volto del Padre sia misericordioso almeno quanto sfigurato sia quello del Figlio e di come l’essenza di Dio stia, piuttosto, nella compartecipazione alle miserie dell’uomo. Di fatto, la comprensione profonda di quel che sta accadendo – nel momento in cui si decida di andare oltre un mero meccanicismo – va al di là delle nostre possibilità. Non credo, tuttavia, che l’uomo possa accontentarsi dell’osservazione per cui eventi di questo genere, in fondo, rientrano nell’ordine naturale. Ditelo ai malati; ditelo ai loro cari. Più vado riflettendo, più vado convincendomi – lo dico citando Cinzio Violante: da “storico cattolico” e non, certo, da “cattolico storico” – che la storia non abbia senso alcuno. O, meglio – è quanto mi ha insegnato Franco Cardini, cui mi lega un lungo sodalizio –, che non abbia un senso immanente ma che ne abbia, piuttosto, uno trascendente, che, tuttavia, esula dall’interesse e direi anche dalle competenze dello storico o dell’aspirante tale. È, dunque, l’immanente l’oggetto primario della nostra indagine. E, però, è proprio qui che sta il problema. 

Oggi, la ricerca storica soffre dei postumi d’un positivismo di ritorno incline a escludere ogni indagine che vada oltre il mero dato archivistico. La tendenza non è tanto a evitare l’«histoire problème» – così la definiva il grande Lucien Febvre –, ciò che ridurrebbe, davvero, lo studio del passato a un mero esercizio d’erudizione, ma a depotenziarne la portata speculativa, limitandosi a registrare i dati tenendo separati ambiti, invece, profondamente interconnessi: il politico dal religioso, l’economico dal sociale, e via dicendo. Il risultato è una progressiva spersonalizzazione dell’oggetto primario della storia: l’umano. Se ne indagano i comportamenti, l’organizzazione societaria, il sistema culturale, perfino le emozioni; ma si stenta a fornire visioni che non siano riportabili a una somma di dati documentari registrati con notarile acribia. La sensazione è di trovarsi al limitare d’una grande parabola che ha attraversato gli ultimi due secoli. Lasciando perdere il primo positivismo – quello d’un Ranke, traslato nel materialismo storico di origine marxiana che ben conosciamo –, si può dire che, al principio del Novecento, l’attenzione di certe correnti neopositivistiche s’appuntasse sostanzialmente sulla critica alla metafisica per privilegiare i fatti, bellici o diplomatici che fossero. Poi arrivò la Nouvelle Histoire, che, abbandonando i fatti, prese a favorire le interpretazioni. Quindi, si tornò ad affermare che di fatti s’aveva bisogno; ch’essi non erano che il punto culminante, emergente, di sommovimenti impercettibili, essendo parte d’un contesto sociale, culturale, religioso, politico, economico da cui non si poteva astrarre. Oggi, la tendenza è ad abbandonare le interpretazioni in quanto puro regno del soggetto; dunque, ideologizzanti, da ritenere alla stregua di opinioni. Ciò ha finito per ridurre la storia  a mera descrizione – di fatti, comportamenti, idee, legami economici –, spesso avulsa da quella che dovrebbe essere la sua caratteristica principale: porre sul piatto dei problemi, ovvero ha favorito l’atteggiamento opposto, relegando la storia a mera decostruzione della fonte (ben al di là di quanto insegnato da Arsenio Frugoni), suggerendo che del passato non si possa conoscere nulla. Si tratta di qualcosa che ho sperimentato personalmente, salendo la china del descrittivismo, sforzandomi d’operare contestualizzazioni, riducendomi a registrare nomi, stilare prosopografie, stabilire flussi commerciali, ricostruire carriere – di artigiani, mercanti, imprenditori, ufficiali cittadini –, nell’illusione che ciò potesse avvicinarmi, ben più del relativismo che credevo adombrato in determinate posizioni, a essere “come l’orco della fiaba”. Eppure: siamo sicuri che tale tendenza consenta di cogliere meglio l’essenza «degli uomini nel tempo»? Non sarà, forse – come riteneva Edward Carr –, che la storia si giochi, piuttosto, nel dialogo incessante tra il mio io cosciente e il passato (ma, vorrei, dire, il problema) che vado studiando? Si tornerà mai a provare quella “tristezza dello storico” di cui parlava Henri-Irénée Marrou consapevoli del fatto che la ricostruzione puntuale del passato sia piuttosto una chimera? 

È esperienza comune: nel momento in cui lo storico mette su carta il proprio lavoro si costringe a riannodare i fili d’un ordito sfuggente, caratterizzato da maglie apertissime. Egli l’affronta armato delle proprie conoscenze, pur sapendo che potrà accedere solamente a verità parziali, continuamente da ridiscutere: tentando di bilanciarsi tra strutture ed emergenze, continuità e discontinuità, processi e rotture; cercando d’individuare i momenti in cui la storia subisce accelerazioni o rallentamenti; illudendosi d’imbastire un discorso in cui tout se tient. In realtà, quel ch’egli ricostruisce non è che un mondo tra i tanti possibili: una “terra di Mezzo” suscettibile di mutare aspetto. Ma ciò – si badi – non è qualcosa di necessariamente negativo. Non bisogna credere che la ricerca storica sia puro relativismo. Se il metodo è imposto dall’oggetto, se il problema che lo storico si pone ha a che fare con l’umano, il fatto che lo storico appartenga a tale categoria può essere un ostacolo nella misura in cui egli s’affacci all’oggetto della sua ricerca con un pregiudizio. Contrariamente, non potrà ch’essergli d’aiuto. Piuttosto, è la sua coscienza a costituire il problema. Ma la coscienza può essere esercitata. Soprattutto, ad abbandonare quell’arroganza che ci fa dire: «Ho ragione io!». Insomma, io penso all’io cosciente – l’io che cerca, che indaga razionalmente sul passato – come a una lente d’ingrandimento: più l’oggetto m’interessa, più ne ho familiarità, più provo verso di esso un sentimento d’affetto, più sarà la mia soggettività, esercitata dall’amore per il problema che mi sono posto, a permettermi di coglierlo nelle sue strutture più profonde, senza per questo ritenere di coglierne ogni sfaccettatura. Si tratta d’un modo di procedere più comune di quanto si pensi. Qualcosa di cui tutti facciamo quotidianamente esperienza. Che mostra una volta di più come la storia o è esegesi o non è. I fatti di questi giorni mostrano quanto illusorio sia tentare di comprendere asetticamente i meccanismi d’una crisi globale. Non esistono rapporti di causa-effetto che non possano essere messi in dubbio. Le cose apparentemente semplici conoscono una quantità di variabili inimmaginabile. La risposta non può prescindere dall’analisi della complessità. Perché la storia – ce lo ha detto Montale – «non si snoda / come un catena / di anelli ininterrotta». Essa è, piuttosto, il regno dell’imponderabile. Sì, di quell’imponderabile teorizzato da Vilfredo Pareto proprio innanzitutto dell’uomo ma ancor più della storia in sé. È questo il motivo per cui essa non è «magistra di niente che ci riguardi». Costituisce – questo sì – il più grande serbatoio possibile di esperienze cui l’essere umano possa attingere per dirigere i propri passi. E ciò, da solo, può giustificarne l’approfondimento e l’insegnamento. Ma è l’oggi il miglior professore. È dall’oggi – e, in particolare, da quest’oggi così tragico – che possiamo imparare. Fino a che non dimenticheremo nuovamente. Per poi ricostruire. In fondo, la storia non è altro che libertà. Libertà dell’uomo, libertà del cosmo, libertà di Dio.

Antonio Musarra

Sapienza Università di Roma

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Franco Cardini, Antonio Musarra, Il grande racconto delle crociate, Bologna, il Mulino, 2019

«L’idea di crociata si è rivelata, nel tempo, estremamente duttile. I mutamenti cui essa è andata incontro sono stati variamente intesi: ora come «ampliamento» delle sue caratteristiche fondanti; ora come pura e semplice «deviazione» dai suoi intenti originari. Ciò non toglie che nell’Europa tardomedievale e protomoderna sia andata costruendosi una «cultura della crociata» passata dal diritto canonico alla letteratura, alla musica, alle arti, alla propaganda popolare, al sentire comune, alimentandosi di gesti, di riti, di tradizioni, capace di giungere sino alle polemiche illuministiche, al risveglio romantico e ai più recenti e più scopertamente strumentali revival politici, come quelli verificatisi durante le due guerre mondiali o nel corso della guerra civile spagnola del 1936-39. Un’idea-forza che fu soprattutto un fattore di aggregazione, perfino di unità o di definizione di una identità, e che però dobbiamo smettere di collegare in modo unilaterale alla Terrasanta e ai secoli XI-XIII».

Franco Cardini, Antonio Musarra

La scrittura per il “pubblico”

La scrittura per il “pubblico”, in Il medievista com Public Historian, a cura di Enrica Salvatori (Pisa, 21 marzo 2019), Seminario di Public History (in collaborazione con l’AIPH e la Domus Mazziniana), Seminario “Ragionamenti sull’Europa Mediterranea” 

Prima d’iniziare, vorrei brevemente soffermarmi sul titolo di questo intervento e, dunque, sulla polisemia del termine “pubblico”. Un termine discusso in seno alla stessa Public History. Senz’altro, il contesto di questo incontro induce a individuare quale “pubblico”, innanzitutto, quell’insieme più o meno vasto e, quantomeno inizialmente, amorfo di persone costituito principalmente dai fruitori di storia in generale: accademici, studenti, docenti, persone di cultura, appassionati. In realtà, il termine “pubblico” conosce un’accezione più ampia. Da tempo – almeno dagli anni Ottanta; e, in particolar modo dagli studi di JürgenHabermas – è invalso l’uso di parlare di “uso pubblico della storia” e perfino di “uso politico della storia”. Ebbene: il solo fatto che se ne parli mostra come la storia conosca indubitabilmente una dimensione “pubblica”. Allo stesso modo, lo storico possiede un ruolo “pubblico” nella misura in cui riesca a incidere sulla società, o, quantomeno, l’oggetto delle sue ricerche sia avvertito dalla società come rilevante; e poiché egli ne è parte integrante, si può dire che il suo lavoro – escludendo determinismi di sorta – risponda almeno in parte al bisogno di storia della società stessa. Quello dello storico, dunque, è – deve essere – uno sguardo dialogante, capace di dare profondità a un oggi spesso troppo appiattito su sé stesso. In questo senso, il suo è, anche e soprattutto, un ruolo eminentemente sociale. Un ruolo – si badi – al quale faremmo male a rinunciare, pena il declassamento delle discipline storiche – permettetemi questa espressione – “tra le scienze ausiliarie dell’intrattenimento”. Intendiamoci: per molti dei suoi fruitori, la storia, oggi, non è che puro entertainement: evasione, capacità di sogno, ricerca di luoghi lontani. E, in parte, ciò è vero anche per molti storici – a partire dal sottoscritto –, che provano un intrinseco piacere nel dialogare col passato. Ma non possiamo limitarci a questo. Non possiamo, come storici, ignorare quanto la conoscenza del passato possa incidere sulla società. Ora, io sono tra coloro che credono che la storia non è «magistra di niente che ci riguardi», giacché «non si snoda come una catena di anelli ininterrotta […], non contiene il prima e il dopo […], non si fa strada, si ostina […] e la sua direzione non è nell’orario». Ma ciò non significa abdicare alla sua conoscenza. Se vogliamo ch’essa abbia diritto di cittadinanza nella nostra società bisogna che le si ritagli – o, meglio: le si restituisca – un ruolo pubblico e che gli storici s’impegnino a rispondere alla domanda di storia della società – in fondo, è questo uno degli obiettivi della Public History – comunicando con il pubblico e, dunque, anche scrivendo per il pubblico.

Certo, la scrittura è solo uno dei mezzi che lo storico ha a disposizione per dare la sensazione – innanzitutto, a sé stesso – d’aver accorciato quell’immane distanza che lo separa dalle proprie fonti, anche se, forse, si tratta del suo mezzo principale, abituale, meno estemporaneo. Una conferenza, un ciclo di lezioni, un documentario hanno, senz’altro, la capacità di colpire l’immaginario, rivelandosi modi eccellenti per dialogare con il pubblico. Ma la rivista, il giornale, il libro sono come il museo: durano nel tempo. La scrittura, dunque, è una delle principali attività dello storico. Eppure, di quale tipo di scrittura stiamo parlando? Penso sia esperienza di tutti: la scrittura accademica, destinata all’Università – o, meglio, a quei pochi colleghi che si occupano di quel medesimo argomento o che sono chiamati a giudicare il tuo lavoro – conosce regole precise e puntuali. È – deve essere – una scrittura problematica, volta alla complessità, che non è altro che la vera cifra della storia; una scrittura che presuppone, dunque, decine – talvolta, centinaia – di letture previe, senza le quali si rischia di cadere nella cosiddetta “tentazione descrittiva”, figlia di quel positivismo scientifico che, malgrado tutto – malgrado, dunque, le grandi stagioni storiografiche che hanno tentato d’apportarvi un correttivo – permea ancora molti discepoli di Clio. Parlo di “tentazione” perché non sempre la monografia accademica risulta sufficientemente problematica (e su questo sono il primo a fare autocritica, ma è qualcosa che si capisce col tempo); sovente, la prassi archivistica spinge il giovane studioso a una mera descrizione di ciò che gli è saltato tra le mani, e che, lì per lì, gli risulta eccezionale (e molto spesso lo è). Ma la storia è un’altra cosa. Fare storia significa porre al centrodel proprio ragionamento un problema storiografico; un problema che si vuole approcciare attraverso le fonti. È il problema il miglior compagno dello storico; ciò con cui lo storico si confronta quotidianamente. Senza il problema, lo studio del passato diventa, nella migliore delle ipotesi, un mero esercizio d’erudizione, la ricostruzione d’una sequenza di fatti, tutt’al più un accumulo di trascrizioni.

Ora, questo modo d’intendere la storia – affatto scontato; soprattutto in Italia, dove la traduzione erudita è ancora viva e vegeta – reca con sé un corollario importante: ogni storico possiede domande specialissime, formula problemi peculiari, cui risponde in maniera personale, sì che la storia ch’egli scrive sarà sempre diversa da quella d’ogni altro. La soggettività dello storico – quella soggettività di cui parlava Henri-IrénéeMarrou – non è eliminabile. Lo storico non è separabile dall’uomo, così come «l’histoire est inséparable de l’historien». Questi è, a tutti gli effetti, un comprimario della vicenda che racconta. Ebbene: a mio avviso, è proprio tale protagonismo, tale soggettività  che non significa, certo, abdicare al lavoro d’équipe, sempre benemerito  a giustificare sia la monografia accademica, sia un altro tipo di monografia, destinata a un pubblico più ampio: la cosiddetta “monografia divulgativa” (chiamiamola così, con termine inadatto: “disseminativa”, però, sarebbe peggio). Questo, perché, se il destinatario muta, i problemi con cui lo storico si confronta e le soluzioni prospettate non mutano affatto. Ovvero: lo scopo, l’obiettivo non cambia. Sia in sede accademica, sia in sede divulgativa, lo storico utilizza la propria soggettività per rispondere a domande peculiari: enumera le fonti, le vaglia, le interpreta, le confronta; analizza la produzione altrui, la confuta, l’accoglie; esprime, infine, il proprio punto di vista. Che cosa cambia, dunque? Molto semplicemente: il modo con cui il problema è presentato. Le regole della “monografia divulgativa” sono relativamente poche: 1) l’utilizzo di un linguaggio piano e – perché no – coinvolgente, capace di stimolare interesse; 2) l’eliminazione del dibattito previo relativo al problema affrontato, ovvero – per dirla meglio – l’espressione di un sapere certificato. Alla stragrande maggioranza dei lettori non interessa conoscere il percorso compiuto dall’autore per giungere alla tale affermazione – non interessa perché nella vita fanno altro, naturalmente: interessa seguire il filo logico del ragionamento così da  venire a conoscenza della personale, personalissima visione dello storico, con cui s’instaura – talvolta, ancora prima di leggere il libro; dunque, per motivi ch’esulano dall’effettiva brillantezza dell’opera – un rapporto di fiducia. Al contrario, i passaggi intermedi, espressione della complessità, non possono mancare nella monografia accademica, costituendone lo specifico o, meglio, l’ossatura. Naturalmente, non mancano le eccezioni: in un contesto divulgativo, nulla vieta allo storico di rendere partecipe il lettore dell’esistenza d’un dibattito in merito a determinati temi. Ma una cosa è discutere criticamente ciascuna posizione, un’altra è limitarsi a presentare i termini del problema. Due, a ogni modo, sono gli elementi che accomunano l’uno e l’altro modo di procedere: 1) in entrambi i casi, la soluzione prospettata è quella peculiare dello storico: si tratta, dunque, d’una soluzione autoritativa, la cui dimostrazione completa è offerta, però, soltanto all’ambito accademico; 2) in entrambi i casi, allo storico è accordata una fiducia direttamente proporzionale alla propria capacità di presentare, in maniera semplice o analitica, a seconda del contesto, il problema che sta al fondo della propria ricerca. 

Detto questo, potremmo dire d’aver trovato, finalmente, una via per pacificare le due anime della scrittura storica, a lungo in conflitto tra loro. E, anzi, per riavvicinare l’accademia alla divulgazione in genere. Naturalmente, le cose sono più complesse. Benché l’Università preveda quale valore aggiunto la cosiddetta Terza Missione – ovvero l’apertura verso il contesto socio-economico e culturale, esercitata mediante la valorizzazione e il trasferimento delle conoscenze –, non pare che a tale impegno sia accordata particolare rilevanza. Senza dubbio, non l’ha in sede concorsuale, laddove la “monografia divulgativa” – ch’è, però, solamente una delle modalità della Terza Missione – non è contemplata, giacché la premura è per la verifica delle capacità di ricerca del candidato. Il fatto che sappia comunicare o meno quanto ha in studio al mondo esterno, per il momento, non interessa. In realtà, dietro tale atteggiamento si staglia un retro-pensiero duro a morire: buona parte dell’Accademia seguita a collegare la divulgazione, più che a un’esposizione semplificata della complessità, a una mera attività di compilazione. Secondo la vulgata, in ciò starebbe, anzi, il discrimine tra l’alta e la bassa divulgazione; la prima, appannaggio di pochi accademici, spesso malvisti dai propri stessi colleghi. Non è così: a mio avviso, non esiste altabassa divulgazione; esiste solo e soltanto buonacattiva divulgazione. Buona: nel momento in cui lo storico si sforza di presentare il problema che lo assilla in maniera piana e godibile, fornendo al lettore gli strumenti per penetrare la complessità; cattiva: quando al centro del suo lavoro non v’è problema alcuno; buona: quando lo storico, più che alla memoria, tende alla storia, ovvero alla contestualizzazione del passato, magari sfruttando la memoria come fonte (con tutti i rischi del caso); cattiva: quando esalta, invece, la memoria  a metro normativo, eliminando ogni variabile possibile. La qualità d’una monografia si misura, dunque, in relazione all’originalità della problematica, alla capacità di penetrare la complessità, alla profondità d’analisi: al di là metodologia adottata per dialogare con il “pubblico”. Insomma, siamo di fronte a un problema di moralità, nel senso etimologico del termine. La responsabilità e la professionalità dello storico prescindondo dall’ambito accademico o divulgativo. Allo storico è chiesto di approcciarsi al “pubblico” – nella sua accezione più ampia – con autorevolezza; con quell’autorevolezza che gli deriva dal fatto d’aver condotto con metodo passione – termini da intendere nuovamente nel loro significato etimologico – le proprie ricerche. Egli è chiamato a mantenere un atteggiamento equo e sereno dinanzi al suo oggetto di studio, senza nascondere a sé stesso la propria imparzialità. Per questo motivo non credo sia possibile – o, quantomeno, credo sia assai difficile – compiere quel passo ulteriore auspicato dalla Public History: la scrittura con il pubblico. E, questo, proprio a causa di quella soggettività – e, dunque, di quell’autorevolezza, che lo storico è chiamato a guadagnarsi –, che non possiamo, non dobbiamo e, in fin dei conti, non vogliamo eliminare, pena la scomparsa o il sottodimensionamento d’una disciplina che già di per sé fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico attuale.  

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